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musica
15 febbraio 2009
SERPENTA SPECIALE SANREMO
 


SANREMO, ANCORA UNA VOLTA!

Di Serpenta


Ancora una volta Sanremo. Ancora una volta il Festival della Canzone Italiana.


(Nilla Pizzi)

E’ passato più di mezzo secolo da quando il festival ha aperto i battenti, da quando le prime note hanno invaso le case degli italiani, da quando gli italiani hanno scoperto un innato amore per la musica. Quelle canzoni, così popolari e così straordinariamente popolari da coinvolgere tutta la gente, tutti i segmenti sociali, risollevare per un momento gli italiani del dopoguerra. Bastava ascoltare Grazie dei Fiori, o Vola Colomba, e si poteva, almeno per un attimo, dimenticare le impervie condizioni economiche, aprire la finestra e gridare al mondo io ci sono, io amo, io ascolto, io canto.

Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima. Il Festival ha conosciuto differenti personaggi, ha indossato diverse maschere, cambiato migliaia di vestiti, e soprattutto, offerto migliaia di canzoni.

Eppure, nonostante tutto, di detrattori, nemici, ed aspri critici, il buon vecchio festival ne ha conosciuti tanti. Da molti anni si parla di fine, di trionfo del gossip, di canzoni passate, di vecchie glorie ormai ridicole, di lunghe e noiose serate di melodiche “rotture di palle”.

E nasce così, ogni benedetto anno, la stessa identica domanda. Quando ci risparmieranno da questo annuale supplizio?


In realtà capire quale sia il senso del Sanremo nostrano è difficile da comprendere. Vecchio, passato, fuori da ogni logica e dal mercato discografico. Mero evento televisivo, contenitore vuoto di attenzione mediatica, o forse riciclo di vecchie glorie. Eppure è lì. Il Festival è una vecchia signora, che fuma la sua Muratti davanti alla finestra, stanca della vita eppure ancora presente, un’anziana donna che ripensa al suo passato e non vede molta luce nel futuro, essendo ormai giunta al capolinea. Ma c’è forse una possibilità di resurrezione? Può esserci una seconda vita?


(Giò Di Tonno e Lola Ponce, Sanremo 08)

Questo è quello che molti hanno pensato in passato, illudendo pubblico, critica e sì, anche loro stessi. La kermesse più famosa d’Italia si ripiega sempre più su sé stessa, divenendo ogni volta un grottesco circo a cavallo tra la musica ed il cattivo gusto. Lungo, lunghissimo, e capace di ripescare dal cilindro le colombe non più giovani come quelle di Nilla Pizzi, ma vecchie e spennacchiate tra il sol un po’ stonato di questi ultimi vent’anni.

Che sarà, che sarà, che sarà? Che sarà del Festival chi lo sa… E non tanto per citare i buoni Ricchi e Poveri, quanto per volgere lo sguardo a questa edizione. Tante novità o solo fumo? Un uomo nuovo o una cariatide in più?

Sono in molti a chiedersi se sarà davvero Paolo Bonolis l’uomo nuovo, colui che inventa a suon di quattrini, e che potrebbe bissare il successo del 2005. Al centro di una bufera per aver accolto tra le sue braccia il pretino Povia, eletto a supremo giudice dell'orientamento sessuale,  o per aver ripescato dai vecchi cimeli qualche antico trofeo come Al Bano, la Zanicchi e la Pravo, o per aver infine scelto come aria nuova il riciclo dei reality show (Marco Carta, Silvia Aprile, Karima). Tutti accolti su quel palco, che se non brilla sempre di freschezza, ha comunque quella straordinaria capacità di farsi amare, nonostante tutto, e prima di ogni cosa, di raccogliere in una serata quei cantanti che altrove non troverebbero spazio. Al di là delle polemiche, e di ogni nera considerazione, milioni di spettatori vedranno ancora Sanremo. I giornali saranno tutti incollati davanti lo schermo per sputare veleno e cattiverie. E noi? Ci ritroveremo ancora lì, a cercare di capire se fa bene o se fa male.

Sarà successo? Sarà flop? Sarà una novità? Chissà. Io nel frattempo, da buon e longevo amante del festival, mi sono munito di noccioline, attendendo che l’evento abbia inizio. Perché Sanremo è Sanremo.


(Marco Carta, in gara tra i Big)

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ZANICCHI O PRAVO?

LA GUERRA DELLE ICONE

Di Serpenta

Icone, il mondo è pieno di Icone. Ma se c’è un luogo dove la parola icona si eleva a dea assoluta, è l’ambiente gay. Da sempre ci si immedesima, si ammira, si critica, si ama un’icona. Di cosa si tratta? Di un personaggio divenuto simbolo, spesso per il suo aspetto o comportamento estremo, o semplicemente per le parole che spende in determinate occasioni. Non si sceglie di essere icone, lo si diventa e basta. Si diviene icona gay quando è la comunità omosessuale a deciderlo.
E così negli anni da Madonna a Withney Houston alle nostrane Raffaella Carrà e Mina, di icone gay ne abbiamo viste migliaia. Ognuna con un suo perché, ognuna con un suoi cliché, ognuna con i suoi perversi mutamenti, con le sue idee o non idee, con i suoi eccessi o con i suoi slanci di classe. Ma l’icona per essere tale ha bisogno di un suo spazio cosmico, dove risplendere di luce propria, e dove poter incantare un’intera comunità con un solo gesto. Ed è forse per questo che Sanremo è sempre stato uno dei più grandi contenitori di questi straordinari esemplari.

Ma quest’anno, ahimé di icone ce ne saranno davvero poche. Tolta qualche debole apparizione femminile senza arte né parte, la battaglia sarà a due: Patty Pravo contro Iva Zanicchi.

Patty è da sempre un personaggio borderline, che nel tempo ha saputo cambiare faccia, spogliarsi, rivestirsi, incantare, e soprattutto sperimentare. Iva, al contrario, rappresenta la storia della musica italiana in quanto tradizione, carica della sua potente voce impostata e d’altri tempi. Allo stesso tempo Iva è ancora oggi ricordata come la trionfatrice, avendo portato ben tre canzoni sul gradino più alto del podio (Non pensare a me, Zingara, Ciao cara come stai?). Patty non può vantare vittorie, ma sicuramente nel 1997 ha avuto un vero e proprio momento di gloria con la sua E dimmi che non puoi morire, scritta da Vasco Rossi, e da lei portata al successo con una magistrale interpretazione valsa il premio della critica.

Dunque due personaggi diametralmente opposti, eppure carichi di storia, e di ricordi. Inutile citare i loro successi, inutile soffermarsi sulla loro storia. Sono indiscutibilmente due icone non solo del pubblico gay, ma dell’intera tradizione musicale italiana.

Capita però alle volte che la tradizione vada letteralmente “a puttane”, e che ci si superi provando performance totalmente fuori dagli schemi. Così se Patty canterà alla sua maniera una canzone d’amore, di solitudine, di lontananza (E verrò un giorno là), Iva ha già fatto parlare di sé per la scandalosa interpretazione di un testo a sfondo sessuale. Eh già, la Zanicchi si cimenterà in un vero e proprio atto sessuale cantato (Ti voglio senza amore). Che si siano scambiate i ruoli? Che la Nonna d’Italia stia scoprendo il suo lato trasgressivo? O sarà la Patty, la vecchia zia, a scandalizzare ancora una volta il pubblico immobile dell’Ariston?

In questa battaglia tra vecchie glorie, dove l’immagine, il ricordo e la performance, saranno capaci di tutto e del contrario di tutto, ci sarà un pubblico affezionato, che comunque andrà, sarà pronto a sostenerle. Il pubblico gay. Sperando che quest’ultimo non si converta, come vorrebbe il pretino Povia. Ma che le icone non temano nulla, perché tanto froci si nasce, non si diventa, ne tanto meno si cambia.


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MARCO CARTA E GLI ALTRI
DAL REALITY AL PALCO DELL’ARISTON

Di Serpenta


Tre personaggi da reality, tre mondi totalmente diversi. Sanremo quest’anno sceglie di accaparrarsi un parte del pubblico giovane, scegliendo tre ragazzi che arrivano dritti dritti dal mondo della tv.

Andiamo da vicino a vedere chi sono.


Il primo, ed il più noto, è Marco Carta, vincitore dell’edizione 2008 di Amici di Maria De Filippi. Ex parrucchiere, è arrivato alla corte di Canale 5 come concorrente un po’ fuori dalle righe, indisciplinato e soprattutto contestato. Grazia Di Michele lo voleva fuori per incapacità di progredire e di fare un percorso degno della scuola; Luca Jurman decise invece di provare a tirarne fuori qualcosa di buono. E’ iniziata così la sua (per ora) breve carriera, tra malignità e litigi, che lo hanno catapultato prima alla vittoria del reality, e dopo tra i primi posti delle vendite col suo album d’esordio Ti rincontrerò . Discrete vendite e buon successo nel tour seguito all’uscita del disco. Esordio che non ha di certo contribuito a renderlo particolarmente interessante (artisticamente parlando), ma semplicemente ha ampliato l’amore di una sequela di stupide ragazzine pronte a strisciare per il loro fenomeno da baraccone. E lui, quest’anno, andrà dritto tra i Big, dichiarando addirittura di averlo ampiamente meritato. Dei tre, è sicuramente il più scarso. Titolo della canzone in gara: La forza mia.


La seconda della lista viene anche lei da Amici, e si chiama Karima. Non una vincitrice, e non una con la testa per aria. Parteciperà tra le nuove proposte, e sarà sicuramente una delle più seguite ed attese tra i giovani. Una ragazza dalle grandi doti canore, sicuramente non una sprovveduta, avendo già partecipato ad un Musical (Io Ballo), ed essendo stata ospite dei live di altri grandi cantanti, quali Mario Biondi.
Senz’altro da ascoltare, sperando che non si monti la testa e che oltre alla voce riesca a dare quel qualcosa in più. In gara con Come in ogni ora.


L’ultima, forse un po’ meno nota, è Silvia Aprile. Già splendida interprete e concorrente di X Factor, è indubbiamente tra i tre cantanti in gara quella dotata di maggior talento. Le sue interpretazioni a Rai Due hanno lasciato tutti senza fiato, portando la buona Mara Maionchi addirittura alle lacrime sulle note di Why. La sua è una voce bellissima, dolce, elegante, emozionante. E sebbene il suo X Factor non sia venuto del tutto fuori nel reality, sarà in grado di mostrarcelo sul palco dell’Ariston? Lo speriamo vivamente. Partecipa con Un desiderio arriverà.

Attendiamo il trio con ansia.


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SANREMO E POI?

Di Serpenta

Sanremo e i dischi. Un tempo simbiosi perfetta, oggi due parole diametralmente opposte. E’ da tempo ormai che il Festival non regala grandi successi, e soprattutto da sempre non riesce mai a comprendere quei pochi che passano sotto le sue grinfie. La passata edizione è stato un vero flop di successi e di vendite. Una vittoria regalata a Lola Ponce e Giò Di Tonno, melensa coppia simbolo del Sanremo anni novanta, e totalmente fuori luogo negli che stiamo vivendo. Un solo gruppo degno di nota: i Sonohra, gli unici riusciti a conquistare qualche vendita e qualche apprezzamento in più. Per il resto quasi il nulla. Ed è ahimè così da un po’ di anni. Tanti artisti in gara e pochi, pochissimi successi. Con vendite sottoterra. E se c’è una cosa che colpisce e fa anche irritare, è la totale mancanza di competenza delle giurie (qualità, demoscopiche, popolari): di anno in anno hanno fatto solo vittime e regalato pochi, pochissimi successi. Da anni tutti ci chiediamo: perché sono sempre i migliori ad arrivare ultimi? Perché il palco sanremese è sempre lontano anni luce dalle radio e dall’abbraccio del pubblico? 

Domande che forse trovano la soluzione in un’ipotesi. Chi guarda Sanremo non compra i dischi. In altre parole si tratta di universi totalmente diversi, dove il pubblico spesso più datato osserva il Festival come passatempo,

mentre quei pochi che ancora comprano i dischi preferiscono fare altro durante la settimana dei fiori. Ma sono quest’ultimi i veri fruitori dei programmi radiofonici. E dunque sono ancora le radio che dettano le leggi del mercato. Passare i pezzi a ripetizione significa dare notorietà. Si è celebri spesso solo dopo aver ottenuto qualche passaggio in radio.
Si ha così a che fare con mondi totalmente differenti, che viaggiano su strade parallele e che probabilmente tendono a restare lontani. La radio e la tv non si sono mai (o quasi) incontrate, e rischiano di non incontrarsi mai. E Sanremo che continua a scartare il meglio per proporre quanto di peggio la musica possa offrire, non contribuirà certo a questo riavvicinamento.

La giuria di qualità sarà quest’anno migliore? Staremo a vedere, soprattutto sperando che una reale qualità ci sia… Forse, come il festival insegna, dovremo guardare in basso alla classifica per trovare qualcosa di buono…

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SANREMO, QUANTI LOOK!

Di MikyRoss


Sanremo non è solo canzone, almeno da quando la televisione ha iniziato a trasmetterlo. Il cantante non è più voce che esce da una scatola, ma un insieme di anima e corpo che deve poter comunicare al meglio la propria arte ad un pubblico ormai dipendente dal visivo.


Il culto dell’immagine a Sanremo ha emozionato il pubblico, alimentato polemiche, risollevato le sorti dello show nei momenti di crisi. Ma non dimentichiamo che spesso i maggiori interpreti hanno saputo abbinare alle qualità canore un’immagine vincente ed originale.


Dalle esibizioni provocatorie della Bertè, fintamente incinta in un prémaman di lattice nel 1986, elegantissima dark-lady della solitudine in Amici non ne ho o autenticamente pazza nel suo delirio svociato di Dimmi che mi ami, all’eleganza sofisticata della Oxa, eterea sirena dei ghiacci di Quando nasce un amore o solenne sacerdotessa di Processo a me stessa (ma anche ragazzaccia dark degli esordi di Un’emozione da poco o Lara Croft decisamente volgare di Senza Pietà) specialmente le voci femminili hanno saputo dar prova di estro creativo nella composizione delle loro tenute. Anche se molte non hanno brillato per il buon gusto: ricordiamo Laura Pausini (La solitudine), fiera dei suoi orrendi tailleur con sederone annesso e Giorgia (Come saprei), con castigati abiti monacali, ed un look più vicino ad una Pivetti presidente della Camera, che ad una cantante pop.
Ma il premio per la peggio vestita di tutti i tempi va a Milva, nella sua orrenda performance di Uomini Addosso: vecchia femme fatale, con un ridicolo abito nero e stivali, per un trash fetish da dimenticare.

Una caso a parte merita il capitolo capelli: è stata Marina Rei in Un inverno da baciare a cavalcare il palco dell’Ariston con un’esplosione di capelli capaci di renderla meravigliosamente carismatica. Orrendi, al contrario, i capelli maculati della prima Annalisa Minetti, che con Senza te o con te ha vinto addirittura il primo premio.

Ma anche le presentatrici non sono da meno: ogni anno viene alimentato un vero e proprio tam-tam mediatico incentrato sulle possibili vestizioni delle vallette di turno. Spesso con risultati davvero deludenti. Sorvoliamo le squallide performances delle raccomandate degli anni Ottanta, capaci di vestirsi solo della loro incapacità. Ricordiamo invece alcune delle più titolate, come la Milly Carlucci decisamente eccessiva delle conduzioni eighties (rosso fuoco con orecchini a lampadario dello stesso colore) o le esagerate bomboniere della Clerici, passando per le sinuose rotondità della Ferilli. Scontata la burrosità della Marini. Da bocciare decisamente gli abiti a sirena di Claudia Koll o l’aria fintamente bambina di Laetitia Casta. E una menzione di nuovo alla Oxa, questa volta come conduttrice: quell’abito bianco, con la schiena scoperta quasi fino al sedere. Praticamente nuda.


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CULTURA
12 gennaio 2009
NUMERO 2 - GENNAIO 2009 - COPERTINA

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arte
11 gennaio 2009
NUMERO 2 - GENNAIO 2009
INTERVISTA ESCLUSIVA A GRETA GIAVEDONI
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Salve Greta, passato un buon Capodanno?

Sono sopravvissuta.

In effetti…non sono mai eventi troppo divertenti... Non è la prima volta che ci vediamo, la intervistai ai tempi del progetto Uonna… Vogliamo descrivere in due parole chi è Greta Giavedoni oggi?

Sono passati quasi tre anni (dopo aver ricevuto targhe, menzioni d'onore, ricchi premi e cotillon) da quando decisi di abbandonare la Musica leggera. Poco prima il Teatro Verga di Milano mi aveva proposto di preparare un recital sul repertorio brechtiano. Da allora mi misi a studiare notte e giorno: tutte le opere, i libri, le poesie (o quasi) del più grande drammaturgo del 1900 mi sono passate sotto gli occhi e mi sono entrate sotto la pelle, nel sangue, fino al cuore. Nel frattempo ascoltavo tante versioni quante nemmeno pensavo potessero esistere degli stessi lieder scritti da Kurt Weill ed Hanns Eisler e, ovviamente, acquistavo spartiti su spartiti. Ancora qualche mese ed avrei deciso che i miei produttori potevano prendersi una pausa vita natural durante dal Uonna Project e che io da allora in poi avrei lavorato da sola. E così ho fatto, fra ostracismo e tragedie personali: ho iniziato a provare e riprovare e riprovare ancora fino alla prima del mio SeeräuberGreta, il 6 Dicembre dell'anno appena trascorso, al teatro Galilei.

Un impegno notevole, un grande spettacolo ed un tutto esaurito. Com'è stato l'impatto col pubblico?

Forte. Per me e per lui. Dietro le quinte Giuseppe Olivini (il mio pianista) osservandomi mentre mi vestivo e mi truccavo in un silenzio un po' troppo fondo mi ha chiesto se fosse abituale per me starmene così concentrata e raccolta. Gli ho risposto: "Non è abituale per nessuno preparare uno spettacolo per tre anni".

Guadagnando il palco e spogliandomi degli accenni scenici sulle note di Change The World io tremavo di fronte ad un pubblico sorprendentemente numeroso e silenzioso almeno quanto me nei camerini, qualche minuto prima. Ed è rimasto così per tutta l'ora e mezza del recital, applausi e richieste di bis esclusi, ovviamente. Anche dopo lo spettacolo mi ha sorpreso: la gente raccoglieva i fogli del programma che avevo gettato a terra, mi chiedeva autografi sul disco... Insomma, è entusiasmante sapere che la gente ha ancora voglia di lasciarsi istruire, lasciandosi contemporaneamente emozionare. E' una di quelle occasioni in cui ti rendi conto che la speranza non ha la minima intenzione di morire. La speranza di "costruirci una coscienza con un po' più di cuore" come scrivevo nella presentazione "Da noi per la gente, qualunque sia o fosse, con orgoglio e amore."


Greta Giavedoni Canta Bertolt Brecht: ci sono pezzi presi da diverse opere, ma sembra essere riuscita a fonderli in un messaggio universale…

La scelta dei brani è stata difficile, trovandosi di fronte ad un autore di tale genio ed al contempo tanto prolifico. Inoltre i lieder, appartenenti alle opere più disparate, li ho voluti introdurre tutti con dei piccoli brani di poesie, prose e note registiche da altre opere ancora. Insomma, un lavoro enorme! Ma, come già anticipavo, avevo alle spalle una solida preparazione sul repertorio che (e questo penso sia indubitabile) è e resta eterno ed universale. Per un motivo sopra a tutti: Brecht parlava alla gente, per la gente.

Ed essendo oggi lei la voce di questo straordinario autore, cosa sente di voler dire alla gente?

Mi viene in mente una delle battute finali della Santa Giovanna Dei Macelli: "Mentre velocemente scompaio da questo mondo senza paura / io vi dico: / pensate, per quando dovrete lasciare il mondo, / non solo a essere stati buoni, ma a lasciare / un mondo buono!"

Di questo credo ci sia bisogno. C'è bisogno che qualcuno lo dica e c'è bisogno che qualcuno lo ascolti. Ma soprattutto c'è bisogno che tutti lo si metta in pratica.

Ci vorrebbe una vera a propria rivoluzione culturale... crede che sia ancora possibile?

Non credo sia semplicemente possibile, ma che sia necessario! La cultura è un'arma potentissima. Per questo Brecht visse cambiando paese più sovente che le scarpe sotto il regime nazista, per questo la Achmatova aveva un figlio in carcere e un marito nella fossa in Russia, per questo Mercedes Sosa è stata bandita dall'Argentina per un periodo. Basti pensare alla nostra realtà (e più che di cultura mi tocca parlar di intrattenimento ed informazione, che son cose diverse): la Guzzanti, Santoro, Biagi... Per questo io non ho potuto lavorare per tre anni. Mao diceva una cosa molto interessante, raccolta nel libro delle guardie rosse: l'arte è inefficace se si preoccupa solo della bellezza o semplicemente dell'utilità. Ovvio, per qualsiasi rivoluzione ci vuole un popolo pronto. Ed io lavoro proprio a tale scopo: renderlo tale.

Potremmo considerarla, citando un'eroina del suo spettacolo, la nuova Jenny dei pirati?

SeeräuberGreta, per l'appunto! La canzone a cui fai riferimento l'ho scelta e voluta fortemente a simbolo di tutto lo spettacolo: la serva di un albergo d’infimo ordine che promette di risorgere insospettabilmente dai suoi sporchi cenci, per essere finalmente incoronata da una bandiera pirata come regina della rivoluzione.

Ruolo che fu caro anche ad un'altra artista italiana, Milva. Cosa pensa di aggiungere alle performance che l'hanno preceduta?

Posso dire di aver sentito quasi tutte le incisioni di qualsiasi artista abbia interpretato Brecht. C'è chi lo propone in chiave classica, rock, lirica, alternativa, circense, teatrale, punk, da cabaret... Io?! Ho aggiunto per togliere. Ho conosciuto tutto per poi sintetizzare quasi dimenticandomene. Penso di essermi contaminata per poi purificarmi, rivoluzionando definitivamente il repertorio che volevo così fortemente interpretare. E l'ho fatto in maniera unica, perfino riscrivendo alcune parti vocali ed arrangiamenti. Sembra strano, visto che ho scelto di proposito una veste musicale tanto scarna (Voce e pianoforte), ma nel mio lavoro c'è davvero tutto questo.

E' davvero affascinante il modo in cui descrive il suo lavoro. Ma parliamo di SeeräuberGreta, il suo ultimo lavoro discografico nato dallo spettacolo che ha messo in scena. Non un cd, ma un incanto… la sua voce è splendida…

Molto gentile, nel riconoscermelo. La Voce è il nostro strumento naturale, nasce col respiro, con la vita. E' attraversata dai residui della nostra storia, dal nostro umore, dai sentimenti che proviamo. In più di un'occasione ho definito la Voce come l'incontro fra l'anima e il corpo.

Fumi?! Si sente. Sei innamorato?! Si sente. Vuoi suicidarti?! Si sente.

E noi in questo momento cosa dovremmo sentire dalla sua voce?

Dalla mia voce si sente ciò che sono. Né più né meno. Le parole possono mentire, il suono no.

Lei è sempre molto enigmatica, ed elevata. La vedremo mai bere una birra cantando uno stornello romano?

Adoro gli stornelli romani! Come gran parte della musica popolare... quanto alla birra, proprio no. Magari una flûte di spumante dolce. Sempre stornellando.

Ha gusti costosi.

Nella mia vita, a causa delle mie scelte professionali, ho spesso dovuto tirare la cinghia. Come quando ho deciso di liberarmi del mio staff per lavorare da sola. Certo, se avessi firmato con la Universal oggi sarei milionaria, ma non potrei più nemmeno guardarmi per sbaglio riflessa nelle vetrine. Ci sono stati tempi duri, sono rimasta anche un mese senza gas. Ma mai nessuno mi ha vista coi capelli in disordine. In tal senso il lusso non è più sinonimo di costo, ma il contrario della volgarità, dello squallore. Quanto agli spumanti, sono sicura se ne trovino anche a poco prezzo in qualche discount (ma io non lo so, non faccio la spesa). E credo sia sempre meglio un bicchiere d'acqua del rubinetto piuttosto che una birra scadente.

Beh che gli uomini siano avvisati allora e soprattutto che nessuno la inviti in una birreria...

Ci ho perfino cantato in una birreria. Una volta mi fecero partecipare ad un concorso canoro (ero piuttosto giovane) che vinsi. Ma anche in quel caso preferii ordinare un thé.

Oggi lo farebbe ancora? O la musica leggera è un lontano ricordo?

La mia musica non è mai stata leggera. In nessun senso. Né stilistico, né contenutistico. E allora come oggi non intendo permettere a nessuno di alleggerirla per racimolar pecunia. Allora come oggi non mi occupo di scrivere o cantare successi commerciali, ma di fare buona musica con uno scopo.

In Uonna Project, per esempio, c'erano canzoni come Corpi Da Reato che parlava di uno stupro; o come Tante Volte Ormai, ispirata dalla Medea di Euripide; o Eccomi, quasi una poesia fonosimbolica scritta di mio pugno e cantata su una partitura per violoncello di Elgar.

Era inevitabile che decidessi di fare il grande salto e mettermi a cantare qualcosa di ancora più importante, fondamentale per tutti noi, come Brecht.


Dunque il suo futuro è il teatro?

C'è molto più spazio per la musica nei teatri che nelle radio, credimi. Ed il mio futuro non può essere che questo, perchè se non fossi nata per essere un'interprete, una cantante, lo sarei diventata. La musica secondo uno scribacchino, parolaio più che paroliere, come Fossati "ci gira intorno". Mia Martini invece, la sua compagna storica, diceva che le "girava dentro". Ed è così anche per me.

La ringrazio, le sue parole sono pugnali carichi di emozioni. Se dovessimo chiudere questa chiacchierata con uno slogan quale sceglierebbe?

Due su tutti: "La notte più lunga eterna non è" e "Cambia il Mondo: ne ha bisogno!". Quale preferisci?




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vita familiare
11 gennaio 2009
NUMERO 2 - GENNAIO 2009

DISPERATAMENTE MADRE
CRESCE L'OSSESSIONE PER LA MATERNITA'
Di Serpenta


Disperatamente madre, genitrice, procreatrice. Maternità come completamento, come voglia di naturalezza, come riscoperta bestialità di un’anima che non ha senso senza procreazione. Madri ad ogni costo, a qualunque prezzo, con ogni mezzo. Donna e madre come sinonimo e non come congiunzione di due mondi diversi e due anime diverse. Donna e madre, o nullità. Senza vie di mezzo, senza via d’uscita, senza alternativa. O si è o non si è. E chi non è, chi non fa, chi non crea, chi non si completa, non è nulla.

Sembrano passati millenni da quando le donne del fascismo procreavano come bestie, nelle loro case piene di nulla e nelle loro vite prive di aspettative. Donne del focolare, atte solo a dare luce ad un nuovo giorno, a scaldare le notti stanche di mariti ubriachi, e a gemere di atroce dolore nel giorno più bello della loro vita, la nascita del loro bambino. Sembravano lontani, ora non lo sono più. Madri, mogli felici, nido familiare, ed il cerchio si chiude. In una società sempre più povera di ideali, e sempre meno pronta ad ospitare pericolosi cervelli pensanti, non resta che riagganciarci alle radici animalesche e divenire animali. Spegnendo, volontariamente, l’interruttore che può dar vita a quel miracolo, quale è la vita, e non quella che si genera, ma quella che si ha. Fuori le “mule” del nuovo millennio, fuori le radici secche, fuori gli alberi senza frutti. Dio Padre è sceso sulla terra per dire a tutti noi: fate figli.

Tragedia. Sempre più donne, sempre di più, sono oggi schiacciate da un’irresistibile rabbia da procreazione. O si crea o si distrugge. Ci si sposa facilmente e superficialmente, e con la voracità di iene in cerca di carcasse, si prova a mettere al mondo un figlio. Si deve mettere al mondo un erede. Non importa come, non importa perché, ed a volte non importa neanche con chi.

Sono le baccanti del nuovo millennio, neo-madri nate da una società che genera mostri, e che le ha plagiate rendendole partecipi inconsapevoli di un “dono”, quello della maternità. In un mondo che già conta miliardi di abitanti.

Oggi la donna cerca strade alternative, si costruisce una carriera, va dritta per la sua strada. Poi d’improvviso, cerca la completezza, vuole avere un figlio. Non importa la condizione economica, non importa il futuro del bambino, a nulla importa la sua carriera, non importa nemmeno la sua felicità. Si genera, si procrea, si partorisce. Proprio come bestie.

Eppure la vita ama fare brutti scherzi. E capita alle volte, che fanciulle un po’ sfiorite ed inseguite dall’orologio biologico, inseguano a loro volta, con famelica testardaggine, quella maternità che stenta ad arrivare. Ma nulla, continua a non arrivare. Tragedia. Si provano cure, ci si sottopone a torture mediche pur di raggiungere quello scopo. Negli ultimi anni la percentuale di donne a rischio fertilità è aumentata. D’altra parte si fanno figli sempre più tardi e sempre con più stress. Ma ci sono strade alternative. Non conta neanche più il padre, lo si può cambiare, c’è la banca del seme. In Italia la fecondazione eterologa, quella che permette di avere in “dono” il seme di un donatore estraneo alla coppia, non è possibile. Eppure, ci sono cliniche che accolgono italiani all’estero, come la Fivap di Tenerife. Ed allora di corsa, tutte in marcia alla ricerca del seme perduto. Altre volte invece ci si presta qualche ovulo, con nostalgia di quando la buona vicina di paese prestava alla nonna un uovo di gallina fresco fresco. Tutto per lui, per il bambino. E se ancora non viene? No, non è possibile, ogni donna ha diritto di essere madre. Deve esserlo. Alla fine un’adozione può andare bene, si certo, purché sia un bambino sano, piccolo se possibile, e facciamo anche straniero. Tanto ci cambiamo nome no? Però non tutti possono adottare. E poi in fondo ci vuole troppo tempo. Ed alla fine di tutta questa avventura, la natura si ribella, e guarda un po’, il figlio arriva naturalmente.

Finalmente madre.

Ed arrivano i pianti, la depressione post-parto, i pannolini, le notti bianche. E quel bambino è lì, ormai è nato. La madre lo guarda e si accorge che sì, era suo diritto essere madre. Ma forse non proprio un suo volere, non proprio qualcosa capace di colmare i vuoti della sua vita.

Ed al volere del bambino, non ci ha mai veramente pensato nessuno. Ma ormai, ahimé, è nato.

VIP E DINTORNI
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PATATA VECCHIA FA BUON BRODO


Dopo le gravidanze in zona Cesarini della Clerici (44 anni) e della Leofreddi (43 anni), ecco fioccare parecchie new entries da un’età che finora era considerata in piena retrocessione.

Carmen Russo, 50 anni, ormai è una veterana della materia, tanto da poter scrivere un libro dal titolo Alla ricerca del mio ultimo ovulo, su cui spiegare nei minimi dettagli la sua storia di occlusione tubarica cha ha frustrato la sua spasmodica ricerca di eredi con il suo Enzo Paolo. Dopo il suo ultimo tam tam ai microfoni di Radio Deejay stuzzicata da un’irriverente Platinette (in menopausa anch’essa?), la ricerca del bimbo perduto ha stimolato anche altre cinquantenni del jet-set.

Donatella Rettore, orgogliosa del suo flusso mestruale ancora guizzante nonostante i 53 (?) anni è quasi sfacciata nel voler sottolineare che continua a non perdersi d’animo e a “lavorare” col suo compagno per avere un pancione più eccessivo dei Vivienne Westwood che indossa ai concerti.

Pamela Prati, a 50 anni portati divinamente, sente che alla sua vita piena di balletti, cani e muscolosi accompagnatori manca un tassello. Lei dichiara di non aver mai avuto il compagno giusto per affrontare una simile decisione, e questo le fa sicuramente onore, ma forse ha aspettato troppo e se lo châssis non dimostra 50 anni, l’utero faticherà a superare la revisione.

Cosa spinge queste donne famose, di successo e con una personalità a desiderare così ardentemente un bambino proprio adesso? La voglia di omologarsi e di fare come tutti i comuni mortali, i rimpianti per gli aborti fatti perché si è troppo giovane o per amore di un uomo egocentrico (come Valeria Marini), o forse semplicemente perché si vorrebbe avere tutto come, quando e con chi si vuole? Magari forti delle possibilità offerte dalla medicina, aperte a chi ha il fisico ed il conto in banca adeguato per permettersi cicli e controcicli di ormoni.

Lasciando al lettore la riflessione aperta sull’argomento, posso solo concludere pensando a una donna che di figli non ne ha mai voluto sapere niente: Silvana Pampanini, signora romana dalla pelle intonacata, ha dichiarato che la maggior conquista della sua vita è quella di essere sempre rimasta una donna libera ed indipendente.
moda
11 gennaio 2009
NUMERO 2 - GENNAIO 2009



CHE SPOSA SEI?
di MikyRoss

Donne di tutte le età, di tutte le etnie e di tutti i ceti, siete finalmente giunte alla serata che avete sempre sognato: lui vi ha portato fuori a cena, vi ha offerto una deliziosa millefoglie ai frutti di bosco e, sorpresa sorpresa, nella panna trovate un decimo del brillante che avete sempre sognato. Lui si inginocchia, vi chiede di essere la madre dei suoi figli, voi dite sì. E adesso?

Prima di impazzire con preparativi, madri e sorelle isteriche e scelta delle bomboniere, cercate di soffermarvi un attimo sull’abito che vorreste indossare il giorno del vostro matrimonio. Dieci semplicissime regole per sposarvi in linea con la vostra personalità e senza scadere nel ridicolo o nello scialbo

1)MERINGA: La mitica Via Duomo di Napoli pullula di abiti che potrebbero essere usciti dalle migliori pasticcerie: glassati e decorati senza limite né pudore. Se proprio non riuscite a fare a meno di immaginarvi nelle vesti di una cassata, cercate perlomeno di non scegliere i frutti sbagliati. Nulla è ridicolo più di un abito pomposo da quattro soldi. Mai come per queste cose bisogna che i

pizzi, i merletti e le preziosità annesse siano di qualità eccelsa, per non sembrare vestita di nylon made in Turchia.

2) IMPERO: Ideale per la sposa rotondetta, in quanto sottolinea il décolleté sorvolando il punto vita e cadendo morbidamente sui fianchi. Le

magre ci si perdono e sembrano decisamente troppo austere per una giornata che, tutto sommato, è gioiosa. Da evitare assolutamente che i seni fuoriescano come provole penzolanti.

3) CAMPANA: È un abito difficile da portare per chi non abbia una statura perlomeno media, in quanto tende ad infossare la persona. Se sorretto da un punto vita molto alto e da un corpetto ricamato può andare bene, anche se la campana va ristretta in ampiezza per non diventare un imbuto deambulante. Mai decorare la gonna, diventa più grande ed evidente!

4) COLORE: In chiesa, se proprio non riuscite a rinunciare all’idea di una sposa virginale (all’idea, appunto) optate per una nota di opacità. Il bianco latte o è di altissima qualità o sembra di volgare sintetico. Bene il dorato, purché montato su un abito poco pomposo. Gli alberi di Natale non si sposano. Bello il rosa, se delicato, anche con qualche decorazione in più. Giallo, Verdino o addirittura Rosso: lasciateli alle modelle o a chi ha veramente personalità nell’allure. Per le donne di colore il bianco latte è un pugno in un occhio.

5) INVERNO: non siete riuscite a prenotare in una delicata mattina di maggio? Non c’è stagione per l’amore, a patto di vestirvi in modo appropriato. NO a manicotti e pellicce: non siamo a Dynasty! Un coprispalla imbottito del tessuto del vestito andrà benissimo, con un’ombra di pelo sul bordo che faccia un po’invernale. Sì a calze coprenti bianche, se avete veramente freddo.

6) OVER 50: La vita vi concede una chance in tarda età? Siate felici di dimostrare a tutti la vostra gioia. I chili in più e le rughe impongono però una mise che non vi faccia sembrare una Barbie Principessa dopo una seduta di radiazioni. Se il vostro sì è in chiesa, optate per un tailleur due pezzi con gonna lunga e dritta, anche bianco; per il Municipio andate al paragrafo seguente.

7) MUNICIPIO: Per chi non crede nel sacramento o per chi è alla seconda, terza o decima unione, è bene lasciare alla chiesa il privilegio del bianco. In ogni caso, non bisogna sembrare un’impiegata del Comune, perciò evitare soluzioni eccessivamente sobrie e scure. Sì al vestito lungo di colori fantasiosi. Sì al cappello. Sì alla borsa. Siate particolari. 

8) TRANS: Siete riuscite a completare il vostro percorso di transizione ed ora avete trovato anche un uomo da sposare. Congratulazioni! Ma ricordatevi che, per quanto eccelsi possano essere i risultati della chirurgia, gli invitati non potranno non notare la prominenza del vostro pomo d’Adamo o la larghezza delle spalle. Oltre ai tacchi bassi, ecco tre trucchetti indispensabili: dei mezzi guanti non troppo ricamati, che sfilerete solo per lo scambio delle fedi; coprire il collo con dei veli in tinta col vestito, magari impreziositi da una perla o un fiore; non sottolineare le spalle con bretelline troppo piccole o, al contrario, con spalline da rugby. Il velo dà quell’effetto vedo/non vedo che vi renderà bellissime. Per il naso, o ve lo rifate o ve lo tenete.

9) ACCESSORI: Le mani rigorosamente nude. La borsa ammessa solo in Municipio, e comunque molto piccola. Sì alla giarrettiera azzurra per onorare la tradizione. Sì alle perle, discrete, ai lobi. No all’orologio. Non avete bisogno di sapere che il tempo scorre, è la vostra giornata.

10) MAKE-UP: Leggero e discreto, un’ombra di fard che dia un minimo di vita a delle gote spente, altrimenti una lampada o un po’ di sole preso con moderazione. No al rossetto, sì ad un leggero lucidalabbra. Sugli occhi invece, molta più libertà, ma non esagerate con il nero per non avere il rischio di sembrare un panda.


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sessualità
11 gennaio 2009
NUMERO 2 - GENNAIO 2009


INNAMORARSI A 15 ANNI
DALL'ADOLESCENZA AL MATRIMONIO: LA STORIA INFINITA
di Serpenta

Innamorarsi a 15 anni è semplice. Ci si conosce, si affrontano le prime esperienze insieme, si scopre il sesso, si scopre l’innamoramento. Ma di sicuro non l’amore, perché quello, implica una certa maturità. Capita spesso però, troppo, che l’amore nato in fase adolescenziale diventi l’amore che ci accompagna per tutta la vita, fino al matrimonio ed molti casi, alla sua tragica fine.


Ma è giusto spendere la propria vita con la stessa persona senza aver mai provato la possibilità di averne un’altra? E’ solo paura o forse casualità? Una scelta personale o una gabbia dalla quale si ha paura di uscire?

Tanti interrogativi che possono trovare molte risposte, alcune delle quali giuste, altre forse no. All’interno di una gabbia fatata, quali sono queste relazioni decennali pre-matrimoniali, ci sono dei dati di fatto che andrebbero presi in considerazione.

Il primo fattore è sicuramente quello della giovane età. A 15 anni non si può essere maturi per capire cosa sia amore, cosa sia innamoramento, o cosa significhi una relazione. D’altra parte però siamo noi tutti in grado di capirlo anche dopo i 30? Probabilmente no. Ma se allora il primo fattore viene messo in discussione, possiamo prenderne in considerazione un altro. La mancanza di esperienza. Questo sì. Questo è quanto non è davvero opinabile. Ed allora capita che a 15 anni ci si innamori di un'altra persona e si inizi un percorso, volontario o casuale, verso il punto in cui si decide di condividere la vita. Un matrimonio, che come sempre può durare, finire, sopravvivere. E’ vero, ci sono matrimoni fatti da persone adulte, conosciutesi da adulte, che poi crollano inesorabilmente in pochi mesi. Ma forse perché si ha la consapevolezza di ciò che nella vita si vuole davvero.

In tutto questo girotondo di ipotesi, dove tutto è il contrario di tutto, bisognerebbe riflettere e concentrarsi su di una cosa. Avere un partner unico per tutta la vita, senza un prima né dopo, significa togliere alla propria persona ed alla propria vita un bagaglio di esperienze necessario per avere metri di paragone e cominciare a capire cosa ci rende veramente felici. Perché non potremmo avere la certezza di preferire una minestra se non ne mangiassimo altre, non potremmo sapere qual è il nostro film preferito se non ne vedessimo altri 100, non potremmo mai amare un cantante se non ne odiassimo altri 1000. E questo non significa trasformare l’amore e la relazione di coppia in una statistica, o in un banale fatto di numeri. Ma non è forse giusto che a 15 anni si inizino a fare le esperienze necessarie ad affrontare con maturità le relazioni future? E soprattutto, è giusto privarsi di un bagaglio di esperienze sentimentali e sessuali per prendere quella stabilità che forse potremmo avere un po’ più in là? E se è vero che in molti casi queste relazioni durano veramente tutta la vita, è perché forse la mancanza di consapevolezza impedisce di scegliere, nel bene e nel male. Dunque si resta uniti perché ci si spaventa del dopo, e perché non c’è mai stato neanche un prima. E si crolla nel deprimente oblio del “la vita mi ha dato questo”, senza mai provare, almeno per una volta, cosa invece sarebbe stato possibile prendere.


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televisione
11 gennaio 2009
NUMERO 2 - GENNAIO 2009


CHIESA: TV COME NUOVO MESSIA?
di MikyRoss

Calo di fedeli alle udienze papali. Nella elegante sala progettata da Pier Luigi Nervi, adiacente al complesso basilicale, sono infatti entrati ben mezzo milione di persone in meno rispetto al 2007 e ben un milione in meno rispetto al 2006. Disinteresse per il Papa? Crisi della fede? Niente di più falso. Semplicemente, il vicario di Cristo (rendiamoci conto di che appellativo gli hanno affibbiato!) si è reso conto che l’essere umano è votato alla comodità e che è meglio entrare prepotentemente nella sua casa piuttosto che chiedergli di infilarsi in macchina o in un pullman organizzato e venire a San Pietro a sentirlo blaterare.

Il livello di occupazione mediatica raggiunto oggi dalla Santa Sede non ha eguali nella storia. Non

c’è infatti peto che non venga emesso tra le mura vaticane senza essere trasmesso in mondovisione attraverso gli organi di stampa. Alle consolidate apparizioni domenicali si sono aggiunte, petit à petit, comunicati stampa, dichiarazioni, prese di posizione, in modo tanto spicciolo quanto martellante, spargendo mangime a buon mercato al popolino ottuso su cui la Chiesa ha sempre tratto la propria forza.

Donne, figliate! Froci, morite! Malati terminali, agonizzate! Tanti slogan ad effetto che molto ricordano la politica essenziale di chi oggi sta al governo e che ha fatto della comunicazione un’arma imbattibile. Del resto, si dice impara l’arte e mettila da parte, per cui il nostro amico con la tiara ha intelligentemente recepito il messaggio e l’ha sfruttato in modo ben più intenso del suo predecessore, del quale, per quanto distante sia il suo pensiero dal mio, riesco a manifestare ancora un barlume di educato rispetto.

L’ex avanguardista della Hitlerjugend, fomentato dalla sua cricca di collaboratori, ha inaugurato una dittatura ideologica che sta portando la nostra situazione già compromessa a livelli da Medioevo. Non c’è da stupirsi, dopotutto i secoli bui erano quelli in cui lo splendore della cristianità raggiunse l’apice. Epoca in cui le dissolutezze del Vaticano erano celate, ma non meno vivide, alle quali viene da pensare che Dante si sia ispirato per descrivere in modo così preciso i gironi dell’Inferno.

Nessuno vuole comunque porre un vero contrasto, perché in tutte le compagini politiche ed economiche vi è interesse a che questo empireo di potere, che non ha nulla di paradisiaco, rimanga ben saldo guidato dall’ipocrisia di cui il Papa è la più fulgida espressione.

Un’ipocrisia che manda avanti un mondo malato, fatto di diktat dalla voce suadente, con speranze di vita eterna propinate come una crema scioglipancia ad un pubblico che non ha mai smesso di essere boccalone. Un mercato dell’ignoranza, dell’illusione, del male. Qualcosa che non ha niente del messaggio cristiano tramandatoci da Gesù.

Il titolo di vicario di Cristo è del tutto inappropriato per una persona che veste ciabattine Prada, si agghinda come la peggiore drag queen e cerca l’inquadratura giusta prima della diretta. Cristo vestiva semplicemente, girava scalzo

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letteratura
11 gennaio 2009
NUMERO 2 - GENNAIO 2009

 
LA MORTE DELLE LIBRERIE GAY
CHIUDE I BATTENTI LA LIBRERIA "BABELE"


Pochi giorni fa la storica libreria gay di Roma, la Babele, ha annunciato che chiuderà i battenti entro marzo 2009. La sua gemella milanese, invece, ha cessato ogni attività già dallo scorso settembre. Altre due librerie a tematica GLBT sono state aperte e chiuse nel giro di pochi anni.

Che l’Italia sia omofoba e bacchettona, più per ossequio a tradizioni e politica che per vero convincimento, è storia vecchia, ma dietro la silenziosa morìa dei piccoli diffusori di cultura c’è qualcosa di meno ovvio ma di molto più semplice, e di assolutamente diverso dalla finta omologazione-integrazione posta come scusa di queste infelici chiusure.

Il popolo italiano non ha mai avuto un rapporto felice con la carta stampata. Non a caso siamo tra gli ultimi acquirenti di libri nel mondo, in una classifica che vede al primo posto gli islandesi, ovviamente condizionati a passatempi casalinghi dal loro esecrabile clima. Per quanto siano sorte anche delle nuove tendenze come il book sharing o il libro itinerante, nel nostro paese hanno sempre attecchito poco.

Non per questo le case editrici smettono di stampare e di vendere.

Il progressivo appiattimento culturale di questi ultimi anni ha infatti determinato uno spostamento del target delle librerie. I lettori di libri sono diventati consumatori di libri. La produzione leggera, evasiva, a volte anche sgrammaticata, ha raggiunto livelli quantitativi

drammatici. Se vent’anni fa il massimo della leggerezza letteraria era rappresentato dalle collane rosa, dai polizieschi in serie, dalle avventure pseudo-erotiche, adesso assistiamo al proliferare di raccolte di barzellette, storielline d’amore tra teenagers, cronistorie di reality, quando non si tocca il fondo con la biografia di un calciatore che il giorno prima, di fronte ad un’intervista, non sapeva piazzare il verbo giusto nella frase che farfugliava.

Una mediocrità virulenta che non ha potuto non toccare anche l’universo gay, a ennesima dimostrazione che il genere umano non conosce distinzioni di sorta. Se anche dieci anni fa colui che, accettata la propria natura, cercava di capirsi ed esprimersi anche attraverso la lettura, adesso l’unico modo di espressione dell’omosessualità sembra diventato andare appresso alle icone del pop, alle primedonne televisive o al sesso. Come del resto accade tra gli eterosessuali. Quanti diciottenni odierni preferiscono non tediarsi l’animo con letture noiose e difficili e abbandonarsi invece ad una semplice e disincantata lettura dell’ultimo Federico Moccia prima della discoteca, della puntata di Amici o dell’ennesimo cinepanettone?

Il mercato di nicchia, come quello della letteratura di genere, affonda così le proprie ultime speranze di sopravvivenza nella grande distribuzione e nelle grandi librerie. Condannando a morte le piccole realtà, quelle dove l’esigenza di cultura era più sentita, spesso nutrici della scrittura indipendente e dove un libro venduto non era soltanto un prodotto in meno in inventario ma uno stimolo in più dato ad una persona che ha voglia di svilupparlo.


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musica
11 gennaio 2009
NUMERO 2 - ANNO 2009



ALLA RICERCA DEL FATTORE X
Al via la seconda edizione di X Factor                         
di Serpenta



Pronti, partenza, via! Riparte il 12 Gennaio l'appuntamento annuale con la musica. Dopo il successo dello scorso anno torna infatti X Factor, il talent show che ha l'obiettivo di trovare la nuova pop star italiana. Un seguito di pubblico che nella scorsa stagione è stato un crescendo, data la diffidenza iniziale e lo spettro del fallimento di altri prodotti simili. Esatto, simili ma non uguali. Perché se in passato format come Operazione trionfo non facevano altro che proporre pop star all'interno di una scuola quasi brutta copia di Amici, qui si fa sul serio. Dai giovani talentuosi ai gruppi vocali, fino ad arrivare ai cantanti più navigati, c'è spazio per tutti coloro che hanno o dovrebbero avere il fantomatico fattore X. Di cosa si tratta? Di quel valore aggiunto che caratterizza i grandi cantanti. E sicuramente questo atteggiamento e questo apportarsi alla musica in modo assolutamente professionale, oltre che spettacolare, ha fatto sbarrare gli occhi anche i più dubbiosi.

E così dopo il successo dello scorso anno, si spera di fare molto di più. Studio più grande (un po' come avviene all'estero dove il programma è un vero trionfo) ed ospiti musicali internazionali. Ma sempre con un occhio alla concorrenza, che propone in alternativa al reality di Raidue, un solido cavallo di battaglia Mediaset: il Grande Fratello. Staremo a vedere chi la spunterà.

Nel frattempo siamo tutti in attesa di conoscere meglio i 12 concorrenti in gara, che si divideranno in 4 Gruppi vocali, 4 cantanti over 25, e 4 cantanti tra i 18 e i 24 anni. Ricordando che la vittoria non sempre significa successo. Lo scorso anno vinsero gli Aram Quartet, sicuramente vocalmente molto dotati, ma incapaci di conquistare il pubblico al di fuori del programma televisivo. Perché a spuntarla nel mondo vero, quello del mercato discografico, è stata Giusy Ferreri, la seconda classificata, che dopo due singoli di successo (“Non ti scordar di me” e “Novembre”), è pronta a sfoderare il terzo singolo “Stai fermo qui”, ballata malinconica scritta da Tiziano Ferro e probabile nuovo trionfo.

Dunque le possibilità ci sono, i cantanti anche, ma chi di loro avrà davvero il fattore X?


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7 dicembre 2008
NUMERO 1 - ANNO 2008 - COPERTINA
 
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